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Il ‘piccolo Canada’ italiano è questa foresta segreta a due ore da Roma: è un vero regno del foliage in Italia

Il ‘piccolo Canada’ italiano è questa foresta segreta a due ore da Roma: è un vero regno del foliage in Italia

Chi abita a Roma di solito punta verso nord inseguendo i cliché autunnali dell’Alto Adige, incastrandosi sull’Autostrada del Brennero tra camper a noleggio e rifugi sold-out da luglio. Errore strategico. Basta imboccare la Cassia bis, superare la conca etrusca di Sutri e puntare dritti verso l’antico cratere che domina la Tuscia viterbese. Qui, a quota 1.053 metri sul livello del mare, il paesaggio dimentica la macchia mediterranea e compie una traslazione geografica vertiginosa: tronchi colonnari che sfiorano i quaranta metri, blocchi ciclopici di peperino grigio ricoperti di licheni e una nebbia bassa che taglia la luce filtrata dalle chiome. Sembra l’Ontario selvaggio, o la dorsale montuosa della Columbia Britannica. Invece siamo sulla cima del Monte Cimino, a poco più di un’ora e mezza dal Grande Raccordo Anulare.

La faggeta del Monte Cimino, cosa sapere

La faggeta del Monte Cimino
La faggeta del Monte Cimino

La faggeta vetusta del Monte Cimino non è un semplice bosco: è un monumento botanico riconosciuto dall’UNESCO nel 2017 come patrimonio naturale dell’umanità. I faggi qui crescono a quote insolitamente basse rispetto alla media appenninica, favoriti da un microclima vulcanico che intrappola l’umidità delle correnti tirreniche e crea un cuscinetto termico costante. Camminando lungo il sentiero principale — il CAI 103, accessibile direttamente dal piazzale dove finisce la strada asfaltata da Soriano nel Cimino — ci si sente come dentro una cattedrale gotica naturale.
A spezzare l’infilata verticale dei faggi monumentali intervengono massi giganteschi di roccia magmatica, testimonianza dell’attività eruttiva del vulcano Cimino spentosi centinaia di migliaia di anni fa prima che il vicino lago di Vico prendesse forma. Il più celebre tra questi giganti minerali è il Sasso Naticarello (o Sasso Menicante), una rupe basculante descritta già come miracolo della natura da Plinio il Vecchio nei suoi trattati naturalistici: un enorme masso di trachite bilanciato con tale millimetrica precisione su una sporgenza rocciosa che fino a qualche decennio fa bastava fare leva con un grosso palo per vederlo oscillare senza mai cadere.
Per cogliere l’essenza del bosco conviene evitare le domeniche di punta a ridosso dell’ora di pranzo e salire sul monte verso le otto e mezza del mattino. Dal parcheggio sterrato in cima alla strada provinciale (gratuito nei giorni feriali, tariffa simbolica di 3 euro per l’intera giornata nei festivi autunnali), si imbocca la traccia che sale verso la sommità vera e propria del monte. È una camminata accessibile a chiunque abbia scarpe da trekking con una suola scolpita: il fondo basaltico, combinato con il fogliame perennemente umido, non perdona le suole lisce da città. In venti minuti di salita costante tra pareti vegetali si raggiunge la vetta, dominata da una torretta metallica d’avvistamento risalente all’inizio del secolo scorso. Salire i gradini richiede un minimo di fermezza se si soffre di vertigini, ma la ricompensa è uno dei colpi d’occhio più spettacolari dell’Italia centrale: nelle giornate terse e fredde di tramontana, lo sguardo scavalca l’intera caldera del Lago di Vico, tocca il Terminillo imbiancato a est e plana a ovest verso il profilo scuro dei monti della Tolfa e la striscia metallica del Tirreno. Poco distante dalla torre, un sentiero secondario scende sul versante opposto collegandosi alla rete dei percorsi che portano verso Canepina. Si tratta di un circuito ad anello di circa sei chilometri, percorribile in poco più di due ore a passo rilassato, dove è facile incrociare tracce di cinghiali, tassi e il volo radente del picchio nero, vera sentinella della salute biologica di queste foreste primigenie.

Cosa mangiare e cosa fare e vedere nei dintorni

La discesa dalla foresta riconsegna alla civiltà attraverso i tornanti che precipitano su Soriano nel Cimino, borgo arroccato attorno alla titanica sagoma del Castello Orsini. L’autunno in questi vicoli ha un odore inconfondibile: quello delle caldarroste arrostite sulle padelle forate e del mosto che finisce di fermentare nelle cantine scavate nel tufo. Chi cerca la cucina autentica della Tuscia sul monte si ferma solitamente alla storica Baita La Faggeta (proprio all’ingresso del bosco monumentale), mentre i borghi di Soriano e Canepina pullulano di vere osterie tipiche (come Tre Scalini a Soriano o L’Archetto a Canepina).
Un itinerario su queste alture non può esaurirsi sulla vetta. Scendendo lungo il crinale sud-occidentale, la strada provinciale Cimina si apre su una deviazione sterrata che porta dritto alle sponde del Lago di Vico, racchiuso nell’abbraccio silenzioso della sua riserva naturale. Mentre i turisti della domenica affollano la sponda nord, il tratto che corre lungo la Palude delle Pantanacce offre capanni per il birdwatching immersi tra cannucce di palude e boschi allagati di salici, dove nidificano lo svasso maggiore e l’airone cenerino. Chi invece preferisce le suggestioni esoteriche può percorrere circa dodici chilometri in direzione nord-est per raggiungere Bomarzo. Non solo il celeberrimo Sacro Bosco dei Mostri (ingresso a 13 euro, biglietteria aperta con orario continuato fino alle 17:00 da ottobre a marzo), ma l’altrettanto affascinante e poco battuta Piramide Etrusca di Bomarzo, nascosta nella macchia di Santa Cecilia. Raggiungibile tramite un sentiero sterrato ben tracciato che parte dalla provinciale per Chia, questa monumentale ara sacrificale scolpita direttamente in un gigantesco blocco di peperino sembra un frammento di giungla dello Yucatán trapiantato nel cuore d’Etruria. Un contrasto che chiude il cerchio di un territorio capace di disorientare anche il viaggiatore più navigato, a un’ora d’auto dai semafori della capitale.

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