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Gli americani lo chiamano il Bosco di Biancaneve, ma sembra più una fiaba dei Grimm: segreti e misteri del bosco-mausoleo gotico a due ore da Roma

Gli americani lo chiamano il Bosco di Biancaneve, ma sembra più una fiaba dei Grimm: segreti e misteri del bosco-mausoleo gotico a due ore da Roma

Nell’estremo lembo settentrionale del Lazio c’è un luogo dove la terra smette di comportarsi da placida campagna collinare per sprofondare in un disordine geologico quasi primordiale. Chi percorre la Cassia oltre Bolsena tira dritto verso la Val d’Orcia, ipnotizzato dai profili addomesticati dei cipressi toscani. Pochi svoltano all’altezza di Acquapendente per salire verso l’altopiano dell’Alfina, dove all’improvviso la pianura si tronca e lascia spazio alla mole neogotica del Castello di Torre Alfina, con le sue cinque torri merlate che incombono sull’orizzonte. Ma il vero prodigio non sta nelle sale nobiliari del maniero. Sta esattamente sotto i suoi bastioni, precipitato dentro una forra umida che non vede quasi mai il sole a picco. National Geographic lo ha ribattezzato il bosco di Biancaneve, un’etichetta cinematografica che rischia di sminuirne la forza: il Bosco del Sasseto non ha nulla di edulcorato o rassicurante. È un santuario vegetale caotico, scuro, ipnotico, dove tronchi secolari dalle forme contorte abbracciano giganteschi massi vulcanici ricoperti da una coltre spessa di muschio smeraldo. Un labirinto verde a meno di due ore da Roma, rimasto identico a come doveva apparire agli occhi dei viandanti medievali.

Cosa vedere nel Bosco del Sasseto

Cosa vedere nel Bosco del Sasseto
Cosa vedere nel Bosco del Sasseto

La singolarità botanica del Sasseto è il frutto diretto di un cataclisma preistorico. Circa trecentomila anni fa, l’attività terminale dell’antico apparato vulcanico dei Monti Vulsini generò una serie di colate di lava scoriacea che, raffreddandosi rapidamente a contatto con l’aria, si frammentarono in una distesa ciclopica di blocchi di basalto scuro. Su questa pietraia impervia — il “sasseto”, per l’appunto — gli alberi non avrebbero dovuto attecchire. Invece la vita vegetale ha trovato una via ostinata: le radici di lecci, querce, faggi, olmi e aceri montani si sono allungate sopra e intorno ai macigni come dita nodosissime, penetrando nelle fessure alla ricerca dell’hummus profondo. Il risultato è un’anomalia ecologica straordinaria, classificata come Monumento Naturale della Regione Lazio: una foresta mista planiziale e di forra dove specie che solitamente non convivono dividono lo stesso palmo di terra. Lungo il sentiero ci si trova al cospetto di veri e propri patriarchi vegetali alti fino a trenta metri e con circonferenze del tronco che superano i quattro, le cui cortecce sono interamente colonizzate da edere rampicanti, felci polipodio e una varietà di muschi che al tatto ricordano velluto bagnato.

Il mausoleo gotico del marchese che scelse la solitudine

A spezzare la selvaggia anarchia della vegetazione interviene, nel punto più denso e ombroso della foresta, un’apparizione che sembra scaturita da un romanzo di Mary Shelley o dai taccuini di un viaggiatore del Grand Tour. Tra massi ciclopici e tronchi contorti svetta la cuspide aguzza di un tempietto neogotico in pietra bianca e marmi policromi: è il Mausoleo del Marchese Edoardo Cahen d’Anvers. Banchiere le cui origini sono da ricercare ad Anversa e naturalizzato francese, Cahen acquistò la tenuta e il castello nel 1880, rimanendo talmente folgorato dalla selva sottostante da decidere di trasformarla nel proprio rifugio spirituale. A differenza di molti suoi contemporanei, che avrebbero sventrato la pietraia per farne un giardino all’italiana simmetrico e lezioso, il nobile affidò all’architetto paesaggista francese Henry Duchêne il compito di tracciare sentieri tortuosi, muretti a secco e ponticelli di legno che assecondassero i dislivelli naturali senza abbattere un solo albero monumentale. Il mausoleo, completato nei primi anni del Novecento dall’architetto Giuseppe Partini per custodire le spoglie del marchese (scomparso nel 1894), contrasta con la penombra vegetale grazie alle sue guglie slanciate e alle vetrate colorate che filtrano una luce spettrale sulla tomba terragna. Sostare su questo spiazzo circondato da massi titanici regala una vertigine romantica d’altri tempi, quella sensazione sublime in cui l’ingegno dell’uomo riconosce la propria fragilità di fronte alla magnificenza austera della natura.

Come pianificare la visita

Visita al Bosco del Sasseto
Visita al Bosco del Sasseto

Il Bosco del Sasseto è un ecosistema estremamente fragile: proprio per tutelarne la biodiversità e la sicurezza dei visitatori lungo i sentieri sconnessi, l’accesso è consentito esclusivamente tramite visita guidata su prenotazione, oppure acquistando il biglietto a data e orario fisso presso la biglietteria del Castello di Torre Alfina o tramite il portale ufficiale gestito dal Comune di Acquapendente. Il biglietto integrato (che include solitamente l’accesso al bosco e alle sale storiche del castello) costa circa 12 euro per gli adulti, mentre il solo ingresso alla foresta si attesta sui 7-8 euro.

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