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Si nasconde ad oltre 800 metri: Elcito, il piccolo Tibet d’Italia che non sapevi fosse nelle Marche

Si nasconde ad oltre 800 metri: Elcito, il piccolo Tibet d’Italia che non sapevi fosse nelle Marche

Lungo la provinciale che da San Severino Marche taglia i boschi arrampicandosi verso il Monte San Vicino, la morbida rassicurazione delle colline marchigiane scompare. La geometria agricola lascia il posto a una boscaglia densa, quasi selvatica, e l’aria perde i tepori dell’Adriatico per caricarsi dell’umidità fredda dell’Appennino. Poi, superata l’ultima curva, la roccia si spacca e rivela un minuscolo agglomerato di pietra in equilibrio precario su uno sperone a strapiombo. A 821 metri di quota, separato dal resto del mondo da un mare di nebbia mattutina e foreste di faggio, sorge Elcito. Lo chiamano il Tibet delle Marche, un’etichetta che potrebbe sembrare l’ennesima forzatura da marketing territoriale. Eppure, quando il vento gelido spazza i vicoli vuoti e l’unico suono è il fruscio delle foglie secche contro i portali di legno massiccio, l’analogia smette di far sorridere.

Elcito, geometrie di pietra e vento d’alta quota

Elcito, cosa sapere
Elcito, cosa sapere

Elcito è un avamposto di resistenza minerale, un luogo dove il tempo ha smesso di scorrere per stratificarsi, immobile, sulla pietra calcarea. Non è stato costruito sulla roccia, ma dalla roccia. Le abitazioni, addossate le une alle altre per respingere la tramontana, sembrano un’estensione naturale del massiccio su cui poggiano. Un tempo qui sorgeva un castello a difesa dell’Abbazia di Santa Maria di Valfucina, eretto intorno al dodicesimo secolo. Oggi di quella fortezza militare rimangono le fondamenta e la struttura difensiva a spirale del borgo stesso. Non ci sono piazze monumentali o chiese sfarzose. C’è un’unica via d’accesso che consente di addentrarsi in un dedalo di vicoli larghi a malapena quanto le spalle di un uomo. Sampietrini sconnessi, un’eco sorda che rimbalza tra le pareti di pietra grigia, minuscole finestre e scale esterne consumate dai secoli, il silenzio che ha una densità fisica. I residenti stabili si contano sulle dita di una mano, e diventano forse meno nei mesi più freddi e difficili dell’anno. Una condizione che lo accomuna a tanti altri piccoli borghi italiani, specialmente a quei borghi fantasma che affollano sempre più la nostra penisola. Affacciandosi dai muretti a secco che cingono il margine del dirupo, lo sguardo precipita verso la Valle del Fosso di Sant’Anna, scivolando su boschi impenetrabili che, nelle giornate terse compongono un mosaico cromatico che satura l’orizzonte.

Cosa fare e vedere nei dintorni di Elcito

L’asprezza di Elcito trova il suo perfetto contrappunto a soli cinque chilometri di distanza. Imboccando la strada sterrata che sale verso l’altopiano, si entra nella Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito. Se il borgo è il regno della pietra, Canfaito è il santuario del legno. Il toponimo stesso, dal latino campum faetum (campo di faggi), tradisce la vocazione di questo pianoro sospeso a mille metri d’altitudine. A metà autunno, la faggeta mette in scena uno dei fenomeni di foliage più spettacolari e meno addomesticati dell’intera penisola. Il sentiero, coperto da un tappeto spesso ed elastico di foglie che attutisce ogni rumore, si snoda tra veri e propri giganti vegetali, faggi secolari, alcuni dei quali superano i cinquecento anni di età, con tronchi contorti e circonferenze monumentali che sfiorano i sei metri.
Chi cerca un prolungamento culturale alla visita naturale, deve dedicare il primo pomeriggio alla discesa verso la Valle di San Clemente. Nascosta tra i boschi ai piedi del massiccio, l’Abbazia di Santa Maria di Valfionata appare come un miraggio romanico del XII secolo, con la sua cripta a colonne tozze e le mura di arenaria corrose dal tempo.

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