Ad Arezzo si incontra l’oro prima ancora di vederlo. È nel lessico delle botteghe, nel suono regolare dei laminatoi dietro porticine discrete, nei racconti dei maestri orafi che ti prendono per mano e ti portano indietro nei secoli. Poche città in Italia hanno costruito un’identità così luminosa attorno al gioiello: ad Arezzo il metallo nobile è cultura materiale, paesaggio umano, impresa. E soprattutto, è memoria. Una memoria che inizia molto prima del Novecento.
Dagli Etruschi alla città medievale: le origini del saper fare
Che l’oreficeria italiana debba molto agli Etruschi è cosa nota agli storici dell’arte: in Etruria, tra IX e I secolo a.C., nascono e si perfezionano tecniche raffinatissime come la granulazione e la filigrana, ancora oggi ammirate e replicate nei laboratori contemporanei. Arezzo, l’antica Arretium, è uno dei nodi di questo reticolo creativo, dove la capacità di addomesticare il metallo si intreccia alle rotte commerciali del Mediterraneo. Nei secoli successivi, tra XIV e XV secolo, le botteghe orafe fioriscono su committenza nobiliare e religiosa: si realizzano oggetti liturgici, coppe, reliquiari che viaggiano fino a Roma, e il mestiere si struttura in corporazioni, regole, apprendistato. Una trama che sopravvive nella tradizione orale e che oggi ritroviamo come filigrana storica della città.
Il Novecento e la scintilla industriale: nasce Unoaerre
Il grande punto di svolta arriva il 15 marzo 1926 con la fondazione della Gori & Zucchi, poi Unoaerre, ad opera di Carlo Zucchi e Leopoldo Gori. L’intuizione è rivoluzionaria: portare metodi produttivi industriali in un settore fino ad allora quasi esclusivamente artigianale, abbattendo i costi senza tradire la qualità. Nel 1934 all’azienda viene attribuito il marchio di Stato “1 AR”, che scritto per esteso diventerà il brand stesso: Unoaerre. Negli anni Sessanta l’impresa raggiunge dimensioni record per il comparto e contribuisce a definire il DNA produttivo della città, fino alla nascita, negli anni Settanta, di Chimet per il recupero dei residui di lavorazione. È una storia di organizzazione, design e cultura d’impresa che accende la miccia del distretto. Il distretto orafo aretino è, a tutti gli effetti, uno dei più importanti d’Europa per concentrazione di imprese e occupazione. Secondo dati recenti, parliamo di oltre 1120 aziende e più di 8000 addetti, con una struttura fortemente artigiana. Micro e piccole imprese che presidiano le fasi cruciali, dalla fusione alla laminazione, dalla trafilatura al montaggio, alimentando un ecosistema integrato che include anche macchinari e tecnologie dedicate. Una filiera che guarda all’export e che ha saputo resistere ai cicli economici puntando su qualità, personalizzazione e capacità di prototipazione rapida.
L’oro di Arezzo oggi
Per capire il rapporto quasi affettivo tra Arezzo e l’oro, basta varcare la soglia del Museo dell’Arte Orafa Unoaerre, inaugurato il 7 marzo 1988. È il primo museo italiano dedicato specificamente all’arte orafa, un percorso tra archeologia industriale, prototipi, attrezzi storici e gioielli che dialogano con il design del Novecento, fino alle collaborazioni con artisti come Gio Pomodoro. Un luogo che restituisce il “dietro le quinte” del gioiello e che ribadisce la centralità della formazione tecnica e del gusto. Ogni primavera, Arezzo torna inoltre capitale del gioiello con OroArezzo, la manifestazione che convoca buyer internazionali, produttori, terzisti e designer considerata una delle più importanti vetrine di settore.
