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In Sardegna c’è il borgo dipinto dei 150 murales: Orgosolo, viaggio nella Sardegna dove il colore regna dagli anni Sessanta

In Sardegna c’è il borgo dipinto dei 150 murales: Orgosolo, viaggio nella Sardegna dove il colore regna dagli anni Sessanta

La storia si legge camminando, perché i muri raccontano di lotte, lavoro, identità, speranze e ferite collettive. Le case del centro storico non sono semplicemente facciate, sono pagine. E poi, appena alzi lo sguardo oltre il paese, capisci che Orgosolo è anche un’altra cosa: una soglia. Da un lato la Barbagia abitata, dall’altro il Supramonte con la sua pietra, e quel paesaggio fatto di gole, doline e foreste dai lunghi silenzi.
È questa doppia anima, civile da un lato e selvatica dall’altro, che rende Orgosolo magnetico, capace di regalare non solo immagini, ma un vero e proprio racconto.

I murales di Orgosolo, un museo a cielo aperto

murales di Orgosolo
murales di Orgosolo

Orgosolo viene spesso chiamato “paese dei murales”, ma l’espressione rischia di suonare turistica. La verità è più interessante: il muralismo qui nasce come strumento di protesta e di coscienza sociale. Il primo murale a Orgosolo è del 1969 ed è firmato “Dioniso”, nome collettivo legato a un gruppo di anarchici; pochi anni dopo, un insegnante senese e i suoi alunni realizzarono altri murales in occasione di celebrazioni legate alla Resistenza e alla Liberazione, e poi il fenomeno si è allargato con contributi di artisti e gruppi locali. Dal 1975 l’insegnante Francesco Del Casino (legato anche al gruppo Dioniso) contribuisce in modo decisivo allo sviluppo dei murales, aprendo la strada a molte altre opere negli anni successivi. Oggi si parla di un vero “museo a cielo aperto”, un patrimonio di circa 150 opere distribuite tra stradine e piazze, case del centro storico e facciate di edifici più recenti. Camminando piano in Corso della Repubblica e nelle vie laterali, si riesce a leggere i soggetti di queste opere d’arte murali uno dopo l’altro. Parlano di politica, cultura, giustizia sociale, vita quotidiana, tradizioni pastorali, costruendo un itinerario che funziona e che ti fa rendere conto che più ascolti, più capisci.

Orgosolo tra tenori e banditi

Orgosolo ha avuto, soprattutto tra fine Ottocento e Novecento, una fama legata al banditismo. È un pezzo di storia complesso, immortalato anche dal film Banditi a Orgosolo (1961) di Vittorio De Seta, che racconta una lotta legata alle terre espropriate e a un mondo agro-pastorale in tensione. È importante saperlo non per “cercare il folklore”, ma per capire perché qui la parola dignità torna spesso—nei racconti, nelle immagini, nelle canzoni.
Orgosolo è inoltre considerata la patria del canto a tenore, una tradizione vocale profondissima del mondo pastorale sardo. Il Canto a Tenore è una forma di canto polifonico eseguita da quattro uomini (bassu, contra, boche, mesu boche), con il timbro gutturale e potente delle voci più basse e una struttura corale che nasce e si tramanda nella comunità.

Il Supramonte di Orgosolo, la Sardegna selvaggia

Allontanandosi dal variopinto centro storico di Orgosolo c’è il “fuori”, che qui è enorme. Orgosolo sta intorno ai 600–620 metri di altitudine e domina vallate attraversate dal Cedrino; tutto intorno si apre il Supramonte di Orgosolo, un paesaggio tanto impervio quanto spettacolare. Per capire cosa significa Supramonte, pensa a parole concrete: gole, grotte, tacchi calcarei, doline. Tra i luoghi più notevoli di questa poderosa zona della Sardegna, ci sono la dolina di Su Suercone (una voragine ampia e profonda) e il canyon di Gorropu, lungo 22 km che, con le pareti che arrivano fino a circa 450 metri, è uno dei più profondi d’Europa. Non mancano le foreste: Sas Baddes, una rarissima lecceta primaria, e l’area di Montes con i pinnettos (le capanne dei pastori), oltre a testimonianze preistoriche come domus de janas, tombe dei giganti e nuraghi.

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