Il tintinnio di un cucchiaino d’argento che urta il bordo di un bicchiere di cristallo è l’unico rumore che osa sfidare il silenzio siderale di Piazza del Popolo, dove il travertino non si limita a pavimentare lo spazio ma assorbe la luce del sole e la restituisce con una luminescenza opaca, quasi lunare, che stordisce i sensi. Ad Ascoli Piceno il tempo ha deciso di fermarsi esattamente al 1907, anno in cui un edificio rosa antico, incastonato tra le logge medievali, ha iniziato a distillare l’anima delle Marche.
Siamo in una delle piazze più armoniche del mondo, un quadrato perfetto dove la simmetria del Rinascimento abbraccia la vita quotidiana senza alcuno sforzo. Eppure, l’urgenza di questo viaggio risiede nel bisogno, oggi più che mai viscerale, di autenticità materica. L’Anisetta Meletti del leggendario Caffè Meletti di Ascoli Piceno non è un prodotto di marketing, ma il risultato di una terra che ha saputo custodire l’anice verde di Castignano come un tesoro dal valore inestimabile.
Il riflesso bianco della perfezione
Piazza del Popolo è un paradosso architettonico: sembra un interno pur essendo una piazza. Pavimentata interamente in travertino, che la pioggia rende lucida come un salotto di marmo, è delimitata dal Palazzo dei Capitani del Popolo e dalle logge che ospitavano le antiche botteghe. Al civico 2 di questa piazza straordinaria, il Caffè Meletti rompe la monocromia con la sua facciata color pastello, un’eclissi rosa che ha visto passare poeti, politici e sognatori e che lo fa somigliare ad un quadro di Boldini. Gli arredi originali in legno intagliato, i soffitti affrescati da Pio Panfili e gli specchi appannati dal tempo creano un’atmosfera sospesa, dove l’eco delle conversazioni della Belle Époque sembra ancora vibrare tra i divani di velluto.
Il nettare di Pimpinella, storia e geografia di un profumo
Tutto nasce da un fiore piccolo e discreto, la Pimpinella Anisum. Nelle terre argillose dei calanchi piceni, tra Ascoli e il mare Adriatico, l’anice verde cresce con una concentrazione di anetolo che non ha eguali. Silvio Meletti, nel 1870, comprese che quel profumo selvatico poteva diventare un’aristocrazia liquida. La ricetta dell’Anisetta è rimasta un segreto di famiglia, tramandato di generazione in generazione come un codice d’onore: una distillazione lenta in alambicchi di rame a bagnomaria, un riposo in fusti di ferro stagnato che permette al liquore di chiarificarsi naturalmente, senza filtrazioni invasive.
Chiedere un’anisetta “con la mosca” al banco o ai tavolini di travertino è ad Ascoli un battesimo necessario. La “mosca” è un singolo chicco di caffè tostato, lasciato cadere nel liquido trasparente. Il calore dell’alcol estrae l’amaro del caffè, che va a bilanciare la dolcezza rotonda e persistente dell’anice. Il primo sorso è un’esplosione di freschezza silvestre, seguito da una scia balsamica che risale verso le tempie. È un sapore che sa di terra bagnata, di colline pettinate dai venti e di quella sapienza contadina che si è fatta nobiltà.
L’estetica dell’etichetta Liberty
Portare a casa una bottiglia di Anisetta Meletti è l’ultimo atto di quello che è a tutti gli effetti un pellegrinaggio sensoriale. L’etichetta originale, un capolavoro di grafica Liberty rimasto pressoché invariato, è un oggetto da collezione in sé. I disegni floreali, i caratteri tipografici che sanno di primo Novecento e la firma autografa sono il sigillo di un’epoca in cui ogni dettaglio doveva aspirare all’opera d’arte.
Acquistarla direttamente nel negozio adiacente al caffè, facendosi incartare la bottiglia con la carta velina che riporta i fregi storici, è un gesto che profuma di cura. Quella bottiglia, una volta riposta nella credenza di casa, diventerà un portale: basterà svitare il tappo e lasciar sprigionare l’essenza dell’anice per ritrovarsi immediatamente seduti in Piazza del Popolo, con il sole che tramonta dietro le torri e l’ombra del Palazzo dei Capitani che si allunga lenta sul travertino.
Resta solo una domanda, mentre il profumo di anice vi accompagna verso il prossimo vicolo: esiste davvero un piacere più grande di quello che si nasconde dietro un rito rimasto fedele a se stesso per centodiciannove anni? Forse no. Ed è per questo che, prima di andarvene, sentirete già il bisogno di tornare.
Cosa indossare, un look a prova di anisetta

L’ombra verde smeraldo dei tendoni del Meletti si posa sul travertino di Piazza del Popolo come un velo di seta antica, mentre il tintinnio del cucchiaino che incontra il cristallo detta il ritmo di un pomeriggio che non conosce fretta. Sedersi a questi tavolini Liberty, circondati dal riverbero abbagliante della pietra ascolana, non è solo concedersi un’anisetta con la “mosca”; è immergersi in una scenografia urbana dove l’architettura e il corpo devono trovare un accordo cromatico perfetto. Il grigio perla, il bianco avorio e quella punta di verde salvia che riprende gli arredi storici del “Salotto d’Italia”: qui, il lusso si esprime attraverso una palette materica rigorosa:
Per abitare questo spazio con grazia, l’elemento di rottura risiede nel recupero di un’eccellenza locale spesso dimenticata: il tombolo di Offida. Non immaginate il centrino della nonna, ma un inserto millimetrico, un ricamo ad ago “punto rinascimento” incastonato discretamente nel polsino di una camicia in popeline di cotone croccante o lungo lo scollo di un top minimale. Questo dettaglio artigianale, con la sua trama che imita le geometrie del travertino, eleva l’outfit da semplice esercizio di stile a racconto culturale. È la capacità di innestare la sapienza delle mani picene su una silhouette contemporanea e pulita.
L’outfit “time-less” per Ascoli rifugge i contrasti stridenti a favore di un layering sofisticato che gioca con le trasparenze della luce marchigiana. Immaginate un pantalone a gamba larga in cool wool color corda, la cui caduta impeccabile accompagna il passo sotto i portici, abbinato a una maglia in seta-cashmere dalla texture impercettibile. Sopra, un blazer decostruito in lino e seta grigio fumo di Londra, lasciato aperto per rivelare il dettaglio in tombolo. Ai piedi, un mocassino in pelle scamosciata ultra-flat o una slingback dal tacco scultoreo, perfetti per navigare il selciato levigato senza rinunciare al tailoring. L’obiettivo è una nonchalance studiata, dove ogni capo sembra appartenere a quel luogo da sempre.
